ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI MAGISTRATI PER I MINORENNI E PER LA FAMIGLIA
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Giancristoforo Turri:I giudici devono sempre tacere? (10.3.02)

Le correnti iniziative governative, che mettono a rischio la sopravvivenza non solo dei Tribunali per i minorenni, ma della giustizia minorile stessa, si collegano a diffusi sentimenti critici sedimentati nella parte adulta della società, in gruppi di interesse, in alcuni ceti professionali. Credo, però, che il fattore che maggiormente ha determinato i propositi di riforma sia stato offerto dalla sistematica e compatta disinformazione e malainformazione che i media praticano da ormai molti anni in materia di giustizia minorile, dando luogo ad un’opinione pubblica ad essa ostile. Non è una caso che l’annuncio della riforma tragga spunto da una vicenda mediatica costruita attorno ad un caso trattato dal T.M. di Milano. Nei confronti della informazione mediatica, che penetra capillarmente nelle menti, orienta le opinioni e, in definitiva, fa cultura, non si può reagire che sullo stesso piano, facendo (contro) informazione, se non per prevalere, almeno per controbilanciare messaggi che hanno lo scopo di squalificare la giustizia minorile e di soffocare la tutela giurisdizionale di interessi deboli, quali sono quelli di cui sono portatori i minori, che tanta fatica c’è voluto per attivare. Ciò che intendo sostenere qui è che fare comunicazione corretta era ed è possibile, ma non è stato fatto e non viene fatto oggi a sufficienza, perché siamo prigionieri di pregiudizi, di tradizioni, di mitologie, di tabù che ci hanno costretto e ci costringono ad un silenzio, che lascia libera l’opinione pubblica di orientarsi a senso unico. Premetto che il mio convincimento si basa su un concetto di competenza che comprende non soltanto ciò che, come giudici, dobbiamo fare, ma anche ciò che possiamo fare senza violare alcun codice normativo e deonotologico. Un’altra premessa è che tutte le volte che i media parlano con disprezzo o aggressività dei giudici, travisando una vicenda giudiziaria minorile non fanno torto soltanto alla magistratura, ma anche ai minori che ne sono protagonisti. I magistrati minorili che hanno partecipato alla vicenda sono gli unici che possono portare elementi di verità sia per la credibilità e l’onorabilità dell’istituzione, sia per tutelare il diritto del minore a che, volta che sia stata violata la sua privacy, le notizie che riguardano passaggi fondamentali della sua vita siano veritiere (diritto all’identità personale). Bisognerebbe immaginare il trauma della menzogna, che si aggiunge al trauma della vita e si rovescia sul minore, il quale si veda falsamente rappresentato nel contesto mediatico: credo che non lo teniamo abbastanza presente, se tutte le volte decidiamo di tacere. Per sostenere la tesi che propongo, è utile richiamare la storia recente del rapporto tra informazione e giustizia minorile. E’ del 1990 la prima redazione della Carta di Treviso, nella quale si afferma che particolare attenzione andrà posta per evitare possibili strumentalizzazioni da parte di adulti a rappresentare e far prevalere esclusivamente il proprio interesse e si raccomanda che, in caso di soggetti deboli, l’informazione sia il più possibile approfondita con un controllo incrociato delle fonti e con l’apporto di esperti. Visto che il processo civile minorile non è ancora un processo di parti, chi assume il compito di "fonte" in contraddittorio con quella che innesca la vicenda mediatica? Ed è pure del 1990 una risoluzione del CSM (18/4/90), in cui, affermata l’opportunità di evitare dichiarazioni alla stampa su processi in corso di trattazione o già definiti, rimette al capo dell’ufficio procedente di valutare la convenienza di una sua dichiarazione ufficiale o di un comunicato stampa su un processo in corso, quando lo richiedano ragioni di pubblico interesse di chiarezza e trasparenza, anche per rassicurare l’opinione pubblica. Nel 1994, a fronte di un’ondata mediatica ostile ai Tribunali per i minorenni, il CSM interviene con una specifica risoluzione in materia di minori (12/5/94), sollecitata da una richiesta del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, volta ad attivare presso ciascun Tribunale minorile un riferimento per la stampa o un magistrato con l’incarico di portavoce. Nella risoluzione si chiarisce che non spetta al CSM istituire tale riferimento, perché un provvedimento del genere rientra nella competenza esclusiva dei dirigenti degli uffici. Nonostante questo riconoscimento e questa sostanziale autorizzazione, non risulta che i Presidenti dei TM si siano mossi conseguentemente. Perché? E’ questa la domanda che mi faccio da allora e che ripropongo oggi a tutti voi. Immagino le risposte. Parliamo soltanto con le sentenze. Non ci abbassiamo al livello degli organi di informazione e spettacolo. Non vogliamo essere protagonisti. Oppure declamiamo con la Corte europea dei diritti dell’uomo che " la plus grande discrétion s’impose aux autorités judiciaires lorsqu’elles sont appelées à juger, afin de garantir leur image de juges impartiaux. Cette discrétion doit les amener à ne pas utiliser la presse, meme pour répondre à des provocations. Ainsi le veulent les imperatifs supérieurs de la justice et la grandeur de la fonction judiciaire ". Traggo il passo dall’arret della predetta Corte nell’affaire Buscemi c. Italia (16/9/99), che tratta, fra l’altro, dell’asserita violazione degli artt. 6,1 (imparzialità del giudice) e 8 (rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in relazione a dichiarazioni rese alla stampa dal Presidente del T.M. di Torino su di un caso che stava trattando. Ritengo che questa decisione abbia avuto un peso notevole nella fase recente della nostra inerzia. La mia opinione è che la decisione è stata sopravalutata, perché male interpretata. In verità, alla solenne declamazione citata sopra fanno seguito determinazioni concrete non coerenti con la premessa. La decisione, infatti, censura il Presidente non perché ha parlato alla stampa, ma perché ha parlato mentre era ancora investito del procedimento; lo assolve poi dall’accusa di avere violato la privacy degli interessati, perché era già stata "svelata" dall’intervento sulla stampa del padre della minore. Vale la pena di aprire una discussione in proposito, per non cadere in una mera petizione di principio quando diciamo che non dobbiamo parlare. Varrebbe anche la pena di dare uno sguardo al nostro codice deontologico, il cui art. 6 recita: "Nei contatti con la stampa e con gli altri mezzi di comunicazione il magistrato non sollecita la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività di ufficio. Quando non è tenuto al segreto o alla riservatezza su informazioni conosciute per ragioni del suo ufficio e ritiene di dover fornire notizie sull’attività giudiziaria, al fine di garantire la corretta informazione dei cittadini e l’esercizio del diritto di cronaca, ovvero di tutelare l’onore e la reputazione dei cittadini, evita la costituzione o l’utilizzazione di canali informativi personali riservati o privilegiati. Fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, il magistrato si ispira a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare dichiarazioni ed interviste ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa". Il nodo critico è costituito dall’obbligo del segreto o della riservatezza. Ho avanzato un’ipotesi al riguardo, sulla quale si potrebbe cominciare a discutere, dopo aver dato un’occhiata alla giurisprudenza della cassazione in materia disciplinare e al codice di autoregolamentazione dei giornalisti. Detto tutto ciò intorno ai vincoli giuridici che attengono alla partecipazione dei magistrati alla "mensa mediatica", resta da verificare se siano disponibili risorse che si possono mobilitare, non solamente interne alla magistratura, per fare informazione intensa e corretta. Oggi, in seguito alle intenzioni del Governo, l’AIMMF chiama ad esprimersi componenti sociali e professionali che ruotano attorno alla magistratura minorile (v. Documento 21/2/02). Non pensiamo che esse, con noi o senza di noi, siano in grado di investire in campo mediatico risorse sufficienti per intervenire in modo visibile ed efficace? In qualche parte d’Italia, si è cominciato a farlo (p.es., per quanto ne so, in Trentino e a Messina). E non pensiamo che la stampa, la radio e la televisione siano molto interessati al nostro contributo (di verità o di confronto), alla nostra partecipazione ? O dobbiamo assistere, silenti e sdegnosi, al crollo della giustizia minorile?

Trento, 10/3/02

Gian Cristoforo Turri Delegato dell’AIMMF per la Zona Nord



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