ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI MAGISTRATI PER I MINORENNI E PER LA FAMIGLIA
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Giustizia matta? (7.11.03)

La riforma dell’ordinamento giudiziario è esibita come il "fiore all’occhiello" del programma politico del Governo della Casa delle Libertà: una riforma che, però, non affronta minimamente i problemi veri della giustizia, quelli sentiti come “prioritari” dai cittadini – tra cui quello dell’irragionevole durata dei processi e della Giustizia a “due velocità”, una più celere ed efficiente per coloro che dispongono di mezzi adeguati per difendersi ed un’altra per i restanti - mentre risponde solo ed esclusivamente ad una "logica di rivalsa" del potere politico contro il potere giudiziario, a danno della credibilità del nostro Stato di Diritto.

Nel metodo, questa riforma è l’epilogo di un susseguirsi di aggressioni verbali e di invettive, non è frutto di un dialogo tra gli operatori del diritto né dello studio di pareri competenti come quelli del Csm, organo cerniera tra la Magistratura e la politica.

Nel merito, ad essere messi in discussione dal Testo di Modifica dell'ordinamento giudiziario - già votato dalla Camera dei Deputati - sono i “valori primi” della giurisdizione: l’indipendenza dell’attività interpretativa dei giudizi, l’autonomia professionale di ciascun magistrato e i diritti individuali del cittadino-magistrato.

All'art. 7 lett. c del Testo si legge: è illecito disciplinare "l'attività di interpretazione di norme di diritto che palesemente e inequivocabilmente sia contro la lettera e la volontà della legge o abbia contenuto creativo".

La possibilità che il Ministro della Giustizia promuova azioni disciplinari non contro provvedimenti abnormi, il che è già previsto, ma contro i giudici che oserebbero interpretare la legge in maniera non conforme agli "orientamenti maggioritari", in un senso “sgradito” – per intenderci - al politico di turno, rappresenta sancire uno strappo nei confronti di un “principio cardine” del nostro ordinamento, antico quanto lo Stato moderno: la "separazione dei poteri", per Montesquieu unica vera garanzia per la libertà dei cittadini.

Il vero problema non è separare le carriere dei Magistrati, ciò che viene esibito dal Governo come la soluzione ai problemi della Giustizia, ma che a tutto potrà approdare tranne che a snellire il lavoro per i magistrati ed abbreviare la durata dei processi: più urgente risulta, allo stato attuale, separare la Giustizia dalle ingerenze della Politica! Pur se la separazione delle carriere non sarebbe di per sé un dramma per la Magistratura, lo diverrebbe se ciò volesse dire sottomettere l’ufficio del P.M. all’esecutivo!

L'attività interpretativa dei giudici non può essere limitata da condizionamenti, intimidazioni, non può essere orientata e condizionata da azioni ed interventi mirati che provengano dal potere esecutivo. Compito dei giudici deve essere interpretare ed applicare la legge o la volontà politica della maggioranza di turno? Personalmente non ho dubbi nel ritenere che la prima ipotesi è l'unica possibile e prevista nel nostro come in qualsiasi altro ordinamento democratico.

(Ogni mese, tra l’altro, il Ministro della Giustizia Castelli ricorda agli Italiani che ha pronto nel cassetto un progetto di legge per l’elezione diretta dei P.M.. Ma in tal modo a Corleone, che è una sezione distaccata da Palermo, chi potrebbe mai essere eletto?)

La legge va interpretata e non solo applicata: questo il primo insegnamento che apprende ogni studente che inizia un percorso di studi giuridici. Ciò lo impone ancor più l'inefficienza di un Parlamento che spesso partorisce leggi compromissorie e lacunose.

Proprio grazie alla interpretazione creativa della legge, la Magistratura ha storicamente sancito diritti costituzionali ancor prima che questi fossero disciplinati dal Parlamento: ad esempio, è grazie a sentenze giudiziarie che in Germania il movimento ambientalista ed in America il movimento anti-segregazione hanno conseguito le loro prime vittorie e riconoscimenti, sentenze divenute un punto di riferimento in assenza di legislazione in materia.

I giudizi dei giudici sono per loro natura “creativi”, e grazie a questa creatività il giudice è divenuto un soggetto attraverso cui sono maturati i diritti dei cittadini, grazie a cui alcuni diritti si sono affermati indipendentemente dal fatto che la dottrina giuridica ancora si dibatteva se le norme costituzionali in materia di diritti avessero un valore semplicemente programmatico o normativo.

L’effettiva tutela dei diritti dipende, però, non tanto dalla previsione normativa degli stessi (oggi esistono una serie di Carte e Documenti che riconoscono nuovi diritti per i cittadini) ma piuttosto dai finanziamenti che lo Stato devolve al funzionamento della macchina della Giustizia – non per nulla due studiosi americani hanno intitolato un loro saggio, edizioni Il Mulino, “Il costo dei diritti”. Invece questa, come altre riforme sulla Giustizia, rispondono ad una logica a senso unico: quella dei tagli alla spesa, alle risorse, ai mezzi della Giustizia. Esempio ulteriore è il progetto di riforma dei Tribunali per i minorenni - bocciato alla Camera dei Deputati proprio lo scorso 5 novembre - il quale prevede l’eliminazione dei Tribunali per i minorenni e la creazioni di sezioni specifiche nei Tribunali: una riforma che non risponde a nessuna logica se non a quella del risparmio (in Sicilia scomparirebbero i venti tribunali per i minorenni esistenti e, per mancanza di ulteriori stanziamenti previsti, risulterebbe problematico trovar loro anche una sistemazione provvisoria altrove!) e che, in nome del risparmio, pregiudica la professionalità del lavoro delicatissimo e spinoso di tali giudici: mentre attualmente essi hanno, nel corso della loro carriera, una formazione esclusiva e specializzata in materia occupandosi solo di sentenze riguardanti minori, la riforma prevede l’eliminazione dei giudici onorari e l’affidamento ai giudici per i minori anche di cause civili.

Se passasse questa riforma, il nostro ordinamento giudiziario sarebbe riportato indietro di trecento anni, all’epoca del Codice Napoleonico: i giudici, come credeva Napoleone, sono immaginati come “bocca della legge”, automi in grado di formulare sillogismi giuridici: essi sono prima di tutto, invece, degli uomini con una propria coscienza e che devono valutare, per ogni fattispecie giuridica, una serie di situazioni specifiche non previste dalla legge: è la “ragionevolezza” il principale metro di giudizio degli stessi, la quale è propria dell’uomo come coscienza critica e non come uomo-macchina in grado di produrre sentenze.

Quando un giudice si trova costretto ad uniformare le proprie decisioni non esclusivamente al Diritto ma alla volontà politica, per la semplice ragione di evitare di incappare in possibili azioni disciplinari, ad essere in pericolo è la stessa “giustizia del giudizio”: è minacciato il diritto di ogni cittadino ad un giudice terzo ed imparziale!

Precludere, per di più, al cittadino-magistrato qualunque forma di partecipazione alla vita sociale e al dibattito pubblico vuol dire attuare un atto di discriminazione sociale, volere “ghettizzare” un’intera categoria professionale ma soprattutto voler mettere il bavaglio ad ogni forma di spirito critico al suo interno!

Se la riforma fosse in vigore, non sarebbero state legittime nemmeno le manifestazione aperte alla Società dell’Anm (il sindacato della Magistratura) svoltesi lo scorso 5 Novembre, in cui Magistrati, Professori di Diritto, Avvocati, operatori del Diritto in genere e semplici cittadini si sono confrontati sulle riforme in cantiere che riguardano un tema delicato come la Giustizia e che ci riguarda tutti, nessuno escluso: come si concilia questa previsione con il dettato costituzionale per il quale la Giustizia deve essere esercitata “in nome del Popolo”?

Imporre al giudice l’obbligo di “apparire” imparziale anche al di fuori delle sue funzioni ci riporta indietro di cinquant’anni: è un provvedimento autoritario che limita la libertà di manifestazione del proprio pensiero al cittadino-magistrato, il che è ancor più fuori da ogni logica visto l’obbligo che l’art. 111 della Costituzione loro già impone di motivare ogni decisione presa nell’esercizio della funzione giudiziaria.

Della Magistratura si è data l’immagine di “biancheria” sporca che avrebbe il bisogno di un lavaggio al suo interno –questo sosteneva, già nel 2000, l’allora leader dell’opposizione, oggi “capo” della Maggioranza. Quello che temo è che pretenda di effettuare tale opera di “pulizia” chi ha le mani troppo sporche per poter sbiancare – usando sempre tale spregevole metafora - il “panno” della Magistratura dall’“unto” dei Magistrati!

L'attacco alla Magistratura non rientra nelle libertà di critica riconosciute ad ogni cittadino bensì in un disegno politico di delegittimazione di un potere dello Stato quale quello giudiziario. Come può la Magistratura essere accusata ogni qual volta è tenuta ad occuparsi di processi sgraditi? L'attacco non riguarda singoli casi, Procure specifiche, bensì le Procure di Palermo e di Milano, tutti i giudici di Roma, i magistrati di Perugia, persino le sessioni unite della Casssazione, colpevoli di non aver applicato la legge Cirami…: praticamente è l’intera Magistratura ad essere messa in discussione!

Si è di fronte ad un attacco a geometria variabile contro qualunque magistrato abbia la “sfortuna” – ahimé, proprio di questo si tratta - di imbattersi in vicende delicate. E' giusto gettare fango pregiudizialmente su un magistrato per il solo fatto che indaghi su di un personaggio pubblico? E' giusto applaudirlo, sempre a priori, quando assolve l'imputato? Giustizia giusta è solo quella che assolve quando si tratta di un personaggio di peso? Ragionando così si sovvertono le regole fondamentali della Giustizia!

E’ un’anomalia tutta italiana che l’azione penale tocchi interessi della politica? No, anzi è un fatto “fisiologico” della democrazia, è l’espressione della realizzazione pratica e non solo “di principio” dell’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini di fronte alla legge. Si ricordi come in Germania il Cancelliere Koll abbia dovuto lasciare la politica per l’accertamento giudiziario di finanziamenti illeciti o come la più potente autorità politica del mondo, quella del Presidente degli Stati Uniti d’America, si sia dovuta piegare anch’essa, con il nome di Nixon, ad una sentenza giudiziaria: né in Germania né in America si è mai parlato di “golpe giudiziario”!

La campagna di delegittimazione della Magistratura - concretizzatasi in un pacchetto di riforme della Giustizia miranti ad indebolire il potere giudiziario, a minare l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura ed a mettere il bavaglio ai giudici - sembra giustificarsi oggi alla luce di ieri: fino a quando è vissuto in piedi un “regime compromissorio sottaciuto” in base al quale l’autonomia della Magistratura era indiscussa purché rimanesse tale la garanzia d’immunità del ceto politico, questi due poteri dello Stato hanno convissuto una stagione decennale di tregua, rottasi allorché all’interno della Magistratura è andata maturando una classe di giovani magistrati che hanno rotto questo equilibrio esigendo un’uguaglianza “sostanziale” e non solo formale di tutti i cittadini - nessuna autorità esclusa - di fronte alla legge. E da qui – siamo negli anni ’80 – sono maturate le premesse che hanno reso possibile un terremoto giudiziario per molti imprevisto come Tangentopoli: il resto è storia dei nostri giorni.

La macchina della Giustizia va a rilento: lo riconoscono pubblicamente gli stessi magistrati che chiedono interventi concreti a sostegno del loro lavoro: l’impressione, francamente, è che, invece di sperimentare una nuova miscela in grado di rimettere in moto tale macchina ormai datata, si stia pensando di gettar giù dalla macchina l’autista: ma a chi il compito di sostituirlo?

Gaspare Serra

Studente Facoltà Giurisprudenza Palermo



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